"Dal disastro di Vaia è nata la mia creatura"

"L'Adige" - 3 gennaio 2022

A Lavarone l'opera è diventata oggetto di culto per tanti visitatori ed è boom sui social; Marco Martalar: <<Il messaggio? La natura dialoga ma si ribella se la sfidate>>
 
Andiamo a vedere il drago. L’hanno detto (e fatto) in tanti, nelle ultime settimane. È il fenomeno del momento: il Drago Alato di Magré, nella frazione del comune di Lavarone, nell’Alpe Cimbra. Si tratta del drago in legno più grande del mondo: settimane di lavoro, 3.000 viti e 2.000 scarti di arbusti tra cui quelli dell’Avez del Prinzep, l’abete bianco di 244 anni, abbattuti dalla furia della tempesta di Vaia.
Un Drago che supera i 6 metri di altezza e i 7 di lunghezza e che sembra uscito dai migliori film fantasy di tutti i tempi.
Il Drago si erge sulla cima del Tablat: è raggiungibile dalla frazione di Slaghenaufi seguendo le indicazioni per lo Chalet Tana Incantata dove si lascia l’auto per proseguire a piedi fino alla frazione di Magré. Oppure è possibile salire con la seggiovia Tablat in località Bertoldi e poi arrivare a destinazione con una breve e suggestiva passeggiata.
Se il Drago Alato è il fenomeno del momento l’artista che lo ha creato si gode il suo (meritato) successo. Si chiama Marco Martalar, scultore del legno di fama mondiale, ha cinquant’anni e vive a Mezzaselva di Roana, sull’Altopiano di Asiago
 
Martalar, si aspettava un successo simile per la sua creatura di legno?
No, non ci avrei mai sperato. Ovvio, mi aspettavo un buon riscontro. Ma qui siamo ai livelli della Madonna di Lourdes.
Come nasce il suo Drago?
Tutto parte da una chiamata del sindaco di Lavarone, Isacco Corradi. Mi propone di costruire uno gnomo di legno. Io dico no.
E poi cosa succede?
Un minuto dopo dico: facciamo un’aquila. Un altro minuto dopo arriva l’idea giusta: un drago. Preparo un paio di schizzi e mi metto al lavoro.
Perché ha pensato al drago?
Per veicolare il messaggio della forza della natura. Ma guardate bene: il drago, anche nella posizione, non fa paura. Mi piaceva l’idea che trasmettesse un dialogo con il visitatore: non a caso non l’ho fatto con la bocca spaventata o addirittura con il fuoco.
Lei parla di dialogo: aveva previsto anche una figura umana, accanto al drago?
Sì, ma poi ho cambiato idea. Avevo immaginato che il visitatore si sarebbe messo vicino al drago. Infatti tutti fanno il selfie sotto il muso.
 
1) Il materiale arriva dai boschi della Val d'Assa e di Passo Vezzena: duemila scarti della tempesta; tenuti insieme da tremila viti
Come ha raccolto il materiale?
Il materiale lo raccolgo sempre io. Con il mio furgone avrò fatto almeno venti viaggi.
Tutto materiale legato alla distruzione di Vaia?
Sì. Il materiale arriva soprattutto dai boschi della Val d’Assa e di Passo Vezzena. Il drago l’ho costruito direttamente sul posto. Ci ho lavorato per un mese e mezzo.
Ma i diversi pezzi, tra radici e schianti, come si tengono insieme?
Con oltre tremila viti. I pezzi, invece, sono duemila. Sotto a quello che vedete c’è uno scheletro di legno di larice: faccio le sagome, le taglio e le monto sul posto.
Quanto durerà il Drago Alato?
Credo dai venti ai quarant’anni. Il posto che lo ospita è secco e ventilato, quindi le condizioni sono ottimali.
Avrà bisogno di manutenzione?
Per ora no. Certo, andrò a vedere se ci sarà bisogno di qualche intervento, un giorno o l’altro. Ma nulla di più.
Qual è il messaggio dell’opera, per il suo creatore?
Il Drago è la forza della natura, che tutti noi dobbiamo temere, e che arriva quando meno te l’aspetti. Il Drago, inoltre, è un portatore di messaggi.
Quali?
Che la vita non è più sostenibile, a queste condizioni. Dobbiamo fare tutti un passo indietro, o meglio dobbiamo fare un passo verso la natura.
 
La tempesta Vaia è stata un atto di ribellione della natura?
Vaia è arrivata come un forte richiamo nei confronti dell’uomo. Vaia ha detto, ad esempio, che non va bene la monocoltura: l’Abete rosso ha creato un bosco debole. E oggi il bostrico sta facendo il resto, distruggendo gli alberi che si erano salvati dalla furia di Vaia.
Lei vive nel bosco?
La mia casa è in paese, ma io nel bosco ci vado ogni giorno. Corro nel bosco, faccio alpinismo, cerco legna da ardere.
Per lei Vaia è stata anche un dramma personale.
È stata una ferita enorme. Tutta quella distruzione mi ha impressionato.
C’erano i divieti ma sono andato lo stesso nel bosco, pochi giorni dopo la tempesta: dovevo rendermi conto di persona di quello che era successo. È stato doloroso vedere che non riconoscevo più le zone che frequentavo da sempre. Sono andato di persona in tutto il Nord-Est a verificare i danni provocati da quella tempesta.

Lei è uno scultore del legno: lavora anche pezzi singoli?
Sì, ho iniziato così. L’ho fatto per anni. Ma da Vaia ho cambiato tutto: invece di togliere, come si fa con le sculture di legno, ho iniziato ad aggiungere. A mettere insieme e in connessione.
È vero che ha bruciato alcune sue opere?
Sì, lo faccio con figure umane, per arrivare al nero carbonizzato. Anche in questo caso uso sempre componenti della natura. È capitato che un’opera sia stata danneggiata in maniera irreparabile.
E lei non ha sofferto a vedere le sue opere distrutte?
Fa parte dell’equilibrio tra l’uomo e la natura. Può accadere che il fuoco “scappi” e distrugga: succede quando la natura decide le sorti del mondo. Quando vuole, la natura non perdona.
È vero che la sua prossima opera potrebbe realizzarla in Sardegna, con il legname dei boschi distrutti dal fuoco?
Ci sono stati contatti, ma non c’è ancora nulla di definitivo.
Se avrà l’incarico si dovrà trasferire in Sardegna per un lungo periodo.
Ma questo non sarebbe un problema. In settembre sono stato a lungo in Finlandia, dove ho creato un leone con la spada - loro simbolo nazionale - per un parco pubblico.
Dopo il successo del Drago Alato avrà la fila per fare nuovi lavori.
Mi stanno chiamando da tante località, è vero.
Ma non vi dico quale sarà il prossimo lavoro, porta male.



testo di Paolo Micheletto
 
 
 
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