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A zonzo per Lavarone

11.02.2020 - Ma quello si cercava di dimenticare e cosa c’era di meglio di luoghi bucolici, volti sorridenti e un’economia che lasciava intravedere orizzonti sempre più rosei?

Arrivando sull’Alpe oggi dopo tanti anni ho percepito la forza di quel ricordo. Non puoi che innamorarti della sinuosità geomorfologica di ciò che ti circonda: un’armonia di declivi e colline che si estende per chilometri fin dove l’occhio intercetta le Dolomiti, il Brenta e le Grandi valli prealpine che corrono verso la pianura padano-veneta.

I boschi di conifere e le faggete che lasciano spazio a prati infiniti.

In questo caso dobbiamo ringraziare il nostro DIO, che attraverso la geologia ci ha regalato questi paesaggi stupendi. La morfologia calcarea tipica di un periodo ben definito della storia della terra in questi territori, ci regala pareti verticali da un lato e dolci pendii prativi dall'altro.

Questo perché gli strati di calcare, originariamente depositatisi sul fondo di un proto-oceano, vennero successivamente spinti verso l’alto da forze immani che trovavano la loro ragion d’essere a migliaia di chilometri di distanza.

Le forme del paesaggio sono il biglietto da visita di un luogo: da quelle percepisci se l’ambiente si confà al tuo desiderio di evasione e divertimento, al tuo modo di “stare al mondo”.

Oggi, da motociclista, non posso che sognare ogni volta che vengo da queste parti e soffrire, ogni volta che lo faccio senza la moto. Le frazioni che danno vita a Lavarone portano nomi intriganti: Stengheli, Gionghi, Slaghenaufi ereditati dalla lingua tedesco-cimbra. La strada attraversa tutti gli abitati senza lasciare il tempo di rendersi conto cosa ci sia oltre la facciata di un albergo o il muro di controripa di un ampio curvone.

Un giorno decisi di andare oltre, di non fermarmi “alle apparenze”. Parcheggiai, scambiai due chiacchiere e un sorriso con un albergatore e m’incamminai verso “l’interno”.

E’ una devianza consueta della nostra cultura riporre particolare importanza alla “facciata”.

Ma dovetti ricredermi: in quel dedalo di stradine trovai fontane, arzigogoli, portici, antichi passaggi curati come le stanze di casa propria.

Un’armonia di forme e colori inaspettata che tradiva un’appartenenza e un orgoglio invisibili all’occhio disattento del “turista per caso”.

E allora, senza conoscere nulla della storia di questa o quella casa o portico o fontana, iniziai a raccogliere immagini attratto semplicemente da forme, colori, geometrie e asimmetrie, cercando di capire il riserbo e la gelosia di questi abitanti verso la propria dimora e lasciandomi cullare dal senso estetico delle cose senza interrogarmi sulla radice di questa o quella forma.
Dopotutto anche l’occhio vuole la sua parte…


Quel che non è leggermente difforme ha un aspetto insensibile, ne deriva che l’irregolarità, ossia l’imprevisto, la sorpresa, lo stupore sono una parte essenziale e la caratteristica della bellezza.
(Charles Baudelaire)

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