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Nottuna al forte Trentino

Agosto 1914, Prima Guerra Mondiale. Dal Trentino e dall'Alpe Cimbra migliaia di uomini partirono per il terribile fronte russo. Si pensava sarebbe durata poco, durò invece quattro lunghi e interminabili anni e molti, troppi, non fecero più ritorno. Nel maggio 1915 il conflitto giunse anche su queste montagne e la nostra gente fu mandata profuga negli sperduti paesi della Boemia, della Moravia, dell'Austria Superiore e Inferiore, nelle cosiddette "Città di legno". A cento anni di distanza non celebriamo quell'evento ma lo ricordiamo, per non dimenticare.
 
Da un documento di un soldato dell’esercito austroungarico:

“ Mamma mia cos’è questo inferno? Me lo chiedo ogni momento. Tutte le volte che esplode un proiettile dell’artiglieria nemica istintivamente mi chino e mi porto una mano alla testa, quasi che debba cadermi tutto addosso. Sono protetto da un metro di cemento armato e lastre d’acciaio ma il terrore mi corrode i nervi. Sto impazzendo. Nei rari momenti di quiete mi accuccio in un angolo con le foto della mia famiglia che mi scorrono fra le dita: l’unico conforto in questo inferno. È atroce l’idea di averli lontani e ancora più atroce l’incertezza del rivederli. Ero nato e cresciuto nell'idea di una vita umile ma serena. Avrei continuato a coltivare la terra facendomi bastare quel poco che la vita mi avrebbe donato. E invece sono qui a combattere una guerra che distruggerà la mia vita e quella di decine di migliaia di altri uomini e, con essi, le loro famiglie. Se avessi saputo tutto questo, avrei preferito non nascere affatto. Mi viene ordinato di sparare, di uccidere, di distruggere.
 
Ma cosa? La stessa vita che la Creazione ci ha donato? Nascondo le lacrime ai commilitoni e ai superiori e loro faranno lo stesso poiché in fondo tutti siamo simili. Ci instillano un odio inconsapevole per renderci animali da battaglia, macchine da guerra. Se mi rifiuto di combattere questi mi uccidono come un cane e l’unica speranza di rivedere la mia famiglia, forse un giorno, è quella di ubbidire agli ordini, di uccidere, di combattere, di distruggere. In ogni caso sarà una sofferenza. E cosa racconterò una volta tornato a casa? Con che coraggio crescerò mio figlio? Dicendogli forse che ho ucciso tanti soldati, uomini come me, padri di famiglia che ci hanno obbligato a chiamare nemici? Come posso insegnargli la vita avendo regalato la morte? Ci sarà un momento in cui tutto questo rimarrà alle mie spalle? Ci sarà un giorno in cui tutto questo riuscirò a cancellarlo? Oppure sto anche io disegnando un pezzo di storia di cui faccio parte? Quando sono sfinito sembra che del tutto non mi importi più nulla. In questo momento potrei anche morire… e sarebbe quasi dolce. Ma poi una nuova esplosione mi fa trasalire; la paura e lo sgomento mi riportano alla realtà. La luce ha un calo di tensione e le vibrazioni fanno cadere dall’alto polvere di cemento. Gli obici sputano fuoco verso le postazioni nemiche e noi qui, come formiche impazzite cerchiamo di correre ai ripari. Sento grida, urlano ordini, chiedono barelle. I lamenti dei commilitoni, magari ragazzi mai visti prima accomunati solo da questa indicibile sofferenza.

 
Mi cade una lacrima che rotola silenziosa sulla foto di Birgit, la mia bimba di 8 anni. “Tornerò piccola, tornerò, e tutto sarà come prima”. Alzo gli occhi al cielo e spero che in questo momento lo faccia anche lei, così potremo condividere qualcosa che non sia l’atrocità del mio essere o l’ansia della mancanza del padre.
Il cielo è nero, senza luna, terso e glaciale. Il firmamento ci osserva dall’alto. Forse qualcun altro, molto lontano, sta guardando a sua volta un cielo dirimpettaio di cui noi siamo parte.
Chissà se sta combattendo una guerra, chissà se pensa a qualcuno che abita altri pianeti. Il cielo sopra di noi è uguale per tutti, in pace o in guerra, nella sofferenza e nella gioia. E da lì vorrei ripartire per azzerare le atrocità del mondo in cui sono nato. Un’altra terrificante esplosione. Poi il silenzio.

Vivere è stato un obbligo. Non dimenticare, per noi oggi, un dovere.


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