LA MALGA dalle UOVA D'ORO

26.09.2016 - Una selva di abeti e larici nascondono dalla vista i luoghi conosciuti. Più avanzo e più mi addentro in un caleidoscopico gioco di luci e ombre.
Là in fondo, nell’ignoto dell’oscurità, provengono dei suoni.
Uno scampanellio e un confortante brontolio di un diesel. Forse ci sono.
Sbuco dalla foresta e davanti a me si apre un inaspettato alpeggio.

Chissà dove son capitato? Cerco velocemente di riprogrammare le coordinate del Global Position System nella mia testa.
Il prato scende verso un gruppo di casare poste al centro della grande radura, dove un piccolo trattore rosso la sta attraversando sobbalzando sulle asperità.

Interrotte nella loro beatitudine mi vengono incontro delle simpatiche mucche, probabilmente mosse da una reciproca curiosità.
Si lasciano dolcemente accarezzare e sembrano fare gli onori di casa. Giustamente, sono loro le padrone qui! Sbagliato, arriva qualcun altro.
L’abbaiare mi mette all’erta e prima che riesca ad organizzare una fuga a gambe levate, un’autorevole voce lo richiama.
Il cane pastore abbassa le orecchie e se ne ritorna al suo fianco appiccicato come un francobollo.

L’uomo, pur sorridendo, mi ricorda la figura di Clint Eastwood: un duro di cui fidarsi. Grida: “Non morde, è cattivello solo quando è alla catena”.
Mi accoglie con garbo e ai plausi che manifesto per questo o per quello che osservo, lui minimizza su tutto.
Desidero scoprire dell’altro, lo seguo e mi mostra quello che sta attorno.
Chiedo il suo nome e risponde di averlo scordato.
“È una questione di privacy”, dice. Rispetto la sua riservatezza. La malga è stupenda nell’essenziale architettura alpina, pulita e ordinata. Gli intonaci ormai datati trasudano conoscenze e saperi d’altri tempi.
Una tabella posta sotto lo stipite di una finestra ne riporta la località e la quota: 1300 metri d’altitudine, il resto è top secret!
Mi svela di avere una certa fretta perché deve aggiustare la recinzione che si è rotta durante l’inverno. I nuovi pali sono già lì pronti sul cassone.

Inaspettatamente, invece, andiamo nella stalla ad ammirare i vitellini nati da poco.
Prende del latte fresco e li accudisce un po’, nemmeno loro hanno un nome: glielo darà in seguito.
Poi entriamo nella spaziosa cucina sovrastata da una straordinaria cappa.
Con della legna minuta, provvidamente accatastata, accende il fuoco nella stufa. Vorrei scoperchiare la pentola posta sopra alla piastra perchè, come nelle storie raccontate, mi stuzzica la curiosità, ma lascio stare.

L’altro locale è adibito alla preparazione del formaggio al cui interno sono alloggiati degli utensili in legno e altre cose di cui non ne conosco l’uso, forse per produrre il burro? Là, appoggiata, c’è la moto da trial che non usa più per via di un piccolo incidente, “roba da poco”, s’affretta a dire.
Al piano superiore, salita una ripida scala, vi trascorre le brevi notti della stagione estiva.

Mi indica una sbiadita foto affissa alla parete che lo ritrae in gioventù. È assieme a degli altri ragazzi durantei primi alpeggi passati qui, il tutto spiegato in mezza frase.
Il copione è lo stesso dei film interpretati da Clint: le parole escono dalla sua bocca come le gocce da un alambicco, estremamente misurate. Procediamo all’esterno dove un ingegnoso sistema di comunicazione permette l’uscita autonoma delle galline, le quali possono disporre indisturbate di parte della corte e di uno strano gallo capellone, sul genere hippy.

Non so in quale pertugio abbia rovistato, ma di uova non ne ha trovate. Avranno scioperato?
“Fanno delle uova d’oro, di color oro!” precisa, al che – senza ricorrere a Esopo – la mia fantasia spicca il volo e le collega subito a quelle preziosissime dei Romanov, le galline antesignane del famoso gioielliere Fabergé? Me la rido e ritorno con i piedi a terra.

Le mucche nel frattempo si avvicinano a noi e m’informa che adesso ne ha poche e appartengono ad una razza che non ricordo esattamente, comunque, forti e robuste.
“Nelle altre malghe hanno delle pezzate, delle brune alpine e delle simmental”, “spero non in scatoletta”, aggiungo.
Silenzio totale, non l’ha capita. “Ad orari prefissi bisogna andare a mungerle, a controllare che ci siano tutte e che stiano bene, lo si fa anche sotto l’acqua o quando c’è il temporale!”.
Sono sicuro che vivere e gestire una malga da autosufficienti abbia oggi dell’incredibile.
Fatiche e difficoltà da superare sapendo di poter contare solo su se stessi.

Una realtà discordante da quelle moderne stalle dotate di ogni comfort tecnologico: mungitrici automatizzate, impianto satellitare, impianti solari, caldaia a biomassa, Jacuzzi; uhm? Quella no, dai! Qui non c’è nulla di tutto questo.
Anche la stessa vita quassù non conosce distrazioni: le definirei giornate di stampo monastico, non c’è nemmeno l’LCD. Autarchici nella propria noblesse oblige!

In questa malga il tempo si è fermato e le cose vengono fatte con una passione unica.
È l’ultima generazione di un mondo contadino, un mondo eroico che sta scomparendo dalla montagna! Ma non tutto però appare così inossidabile, c’è una defezione nella crew, una sorta di ammutinamento: il cane Wally (credo gli piacerebbe essere chiamato così…) cerca di strapparmi delle coccole che prontamente non gli lascio mancare.
Una grattatina proprio dietro alle orecchie che pare apprezzare oltremodo.
“No, non farlo! Si potrebbe abituare alle persone!”, annuisco in silenzio.

Capisco di averla tirata troppo per le lunghe, il lavoro lo richiama. Il mio Clint Eastwood lancia un’occhiata fugace e Wally entra nella sua cuccia a rivestire la parte di responsabile della security.
Gli allaccia la catena e chiude il cancello.
Poi, senza cerimonie, salta sul trattorino e parte.
Un rumore smarmittato mi fa sobbalzare, da semiassonnato apro gli occhi, guardo in giro e mi alzo da sotto il larice.
“Quanto ho dormito?” Il sole è bello alto e tutt’attorno la pace regna in un variopinto pascolo di botton d’oro.
“Oro?”. Devo aver sognato, penso. “Ma qui c’era una malga, dov’è finita? E Wally…?”
 
 
 
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