Architettura di montagna : un viaggio tra legno, pietra e radici

C’è un modo diverso di vivere la montagna: non solo camminando tra i boschi o
ammirando le cime, ma osservando ciò che resta — e ciò che resiste — nei borghi,
nelle case, nei materiali che raccontano secoli di vita.
Sulle montagne dell’Alpe Cimbra, tra Lavarone,Folgaria, Lusérn e l’Altopiano della
Vigolana, l’architettura diventa memoria, identità, poesia
 
1) Pietra e legno: un dialogo antico
Le case di montagna nascono dall’incontro tra la forza della pietra e la dolcezza del legno. La pietra locale
protegge, custodisce, ancora al suolo. Il legno respira, profuma, racconta di mani sapienti e di stagioni.
Ogni nodo, ogni trave, ogni incisione è un gesto d’amore verso la terra.
È il linguaggio silenzioso di chi costruisce per durare, per tramandare, per restare
 
2) I muri che raccontano

Ora Lavarone ha le sue case, non basse e scure e misere
d’aspetto,...ma ha le sue case massicce, di grossi muri,
bianche, pulite, con gli scuri coloriti in verde, in rosa, in celeste,
coi tetti coperti d’embrici o tegole, colorite rosse, verdi, bianche,
gialle e così ben messe a disegno, che se guardi dall’alto al
basso quei tetti ti danno l’idea di gran tappeti o scialli”

Così Padre Morizzo nel suo volumetto del 1889. Oggi come allora l’abitato storico di Lavarone è costituito da innumerevoli frazioni,
piccoli borghi adagiati sui dolci declivi di un altopiano di media montagna. Oltre ai caratteristici sentieri delimitati dalle laste ed ai
terrazzamenti agricoli coi muretti a secco, nella geometrica alternanza tra spazi aperti e spazi edificati sorgono le frazioni i cui nuclei storici
mantengono inalterato il proprio fascino, con le loro “case massicce ...e...così ben messe a disegno” come descritte già nell’800.
Negli strumenti urbanistici odierni, che mirano a preservarne la peculiarità con regole specifiche, sono definite schiere. Nell’idioma locale però
sono sempre state le “filande”: nell’accezione di file di case, tutte con le loro belle facciate rivolte rigorosamente e opportunamente a sud.
Sono l’espressione di quell’architettura distintiva di Lavarone che fratelli Micheloni, architetti e urbanisti parigini ma con origini locali
e un grande amore per il territorio, studiarono approfonditamente evidenziandone le peculiarità. Per citarne alcune sono le filande di
Lanzino, Bertoldi, Slaghenaufi, Chiesa, Gionghi, Magré, Longhi, Rocchetti. Hanno costruzioni di grande volumetria, dall’architettura
molto semplice in pietra intonacata, con le falde ripide a due spioventi e di pendenza notevole, le facciate coi marcapiano e solo
di rado scale e ballatoi, spesso frutto di modifiche tardive, e poi le finestre e le porte coi bordi in pietra. Le “filande” costituiscono
tutt’oggi un elemento di unità paesaggistica ed architettonica per l’altopiano di Lavarone e preservano non solo il proprio fascino, ma
anche la storia e l’anima di questi luoghi, continuando ad esserne un tratto distintivo
 
 
 
 
 
 
 
 
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