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Vivere, Crescere, Amare Lusérn

11.02.2020 - Lo so di essere stato un bambino fortunato, no non perché la mia fosse stata un’infanzia dorata, tutt’altro, ho incominciato a salire i pascoli alti in coda alle vacche all’età di tre anni, no la mia è stata un’infanzia fortunata, perché avevo qualcuno che mi raccontava le storie della mia gente: il mio barba.

Barba è l’appellativo cimbro, ma è piuttosto comune nell’Italia settentrionale, per indicare lo zio acquisito, è di probabile origine longobarda.

E ancora lo vedo, il mio barba sprofondato nella poltrona Frau, la pelle del volto con lo stesso colore di tabacco biondo della poltrona e con le stesse increspature del cuoio. « C’è stato un tempo figliolo che gli orsi venivano giù fino in piazza ». La stube è illuminata appena dal fuoco del camino e del fuoco è l’unico suono che si può sentire, oltre alla voce stanca eppur dolcissima dell’uomo che racconta.

Quel giorno con mio padre dovevamo andare a caccia del camoscio nelle laitn del Portule, ma sul più bello incominciò vento e neve come fosse inverno, è per questo che abbiamo cercato rifugio in quella grotta, è così che li abbiamo scoperti due palle di pelo che si azzuffavano su un letto di foglie secche. La caccia al camoscio finì lì, mio padre prese su i due orsacchiotti e non senza faticare li abbiamo infilati dentro a due sacchi e ci li siamo portati a casa.

« Il circo » - diceva mio padre – il circo ce li pagherà a peso d’oro questi, erano anni di magra, caro mio e non si poteva mica essere troppo generosi, né con le persone né con gli animali.

Appena li abbiamo lasciati liberi nella stalla delle capre sono andati a nascondersi dietro al fieno. Quello che è successo la notte dopo non lo si può raccontare, erano giganteschi urlavano come una nave che parte per la Merica dal porto di Le Havre, io le conosco sai le navi per la Merica di Le Havre, li abbiamo visti venire giù per la strada e fermarsi davanti alla porta della stalla, lì hanno incominciato a dare dei colpi fortissimi che facevano tremare i muri della casa, eravamo spaventati quelli non erano due orsi erano due mostri.

Erano spiriti del bosco in cerca di vendetta. Siamo scesi in stalla dalla botola del fieno e abbiamo lasciato uscire i due orsetti dallo sportello delle galline. Quei due appena hanno visto i piccoli li hanno presi in bocca uno ciascuno e sono scomparsi, proprio come spiriti, ma le loro urla le abbiamo sentite per molto tempo ancora, le valli rimandavano l’eco e pareva non dovesse mai finire.

Così nascono le leggende, raccontando di orsi che forse orsi non erano; nascono così, dalla voce stanca eppur dolcissima di un vecchio, nascono arrotolate in una lingua antica che sgorga come sorgente segreta dal cuore delle montagne. Così nascono le leggende, dalla voce di un popolo che non ha mai avuto una patria di terra, ma nella propria lingua ha trovato l’ultima matria.

Il mio popolo racconta preghiere e ascolta silenzi.

Perché al suo Popolo Dio disse: ascolta, non credi! Lüsan, nèt gloabe!

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