Una Kodak in trincea

22.03.2017 - "A ogni curva sbirciavamo sgomente, oltre il telo, il torrente che scorreva giù, sotto di noi, e per nascondere la paura parlavamo a voce alta, sforzandoci di scherzare.

Quando poi il camion superò il ponte sul Rio Gola, chiusi gli occhi…

Fortunatamente il resto del viaggio fu più tranquillo, grazie a Dio!

A Pötzleinsdorf, vicino a Vienna, al corso per infermiere, ci avevano detto che avremmo prestato servizio nel Welschtirol, sul fronte italiano, negli ospedali di Folgaria e di Lavarone.

Appena ce lo dissero cercammo i luoghi sulla grande carta dell’Impero appesa nella sala della mensa.

Trovammo Trento, poi Rovereto, infine Folgaria e poco distante Lavarone.

Che bello, ci siamo dette, saremo vicine al confine, lì saremo già quasi in Italia!

Il camion ci lasciò nella piazza del paese, davanti la grande chiesa di San Lorenzo.

Parcheggiati c’erano diversi mezzi militari, odore di olio e di benzina, le finestre della canonica debolmente illuminate.

In giro non si vedeva anima viva. Tempo da lupi, certo, ma sapevamo che la gente del posto non c’era, che erano stati tutti mandati via, lontano dalla guerra.

Con sollievo entrammo nell’alloggio che ci avevano assegnato, un grande appartamento affacciato sulla piazza in quello che, ci dissero, si chiamava palazzo Martini, la casa estiva di una famiglia nobile.

Eravamo esauste.

Sciogliemmo i nostri bagagli e cercammo di accordarci sulla sistemazione: la camera accanto alla cucina per me e le altre tre camere al piano di sopra per le colleghe.

Fummo svegliate di mattina presto da un trambusto di carri.

Aprimmo le finestre.

La piazza era colma di luce, la pioggia notturna aveva lasciato la scena a un cielo splendente e luminoso, a un sole brillante.

Che meraviglia! Era domenica e gruppi di soldati stavano rumorosamente attraversando la piazza per entrare in chiesa.

Ci accodammo anche noi, un po’ imbarazzate per via degli sguardi curiosi che ci sentivamo addosso.

La chiesa era grande, un’ampia e cupa volta scarsamente illuminata dalle candele, i banchi già quasi tutti occupati.

Non avevo mai visto tanti soldati tutti assieme.

La cerimonia fu semplice, il curato militare ci parlò del dovere verso Dio e verso la Patria, del sacrificio che ci aspetta, delle famiglie lontane.

Poi un ufficiale intonò con voce potente il «Serbi Dio l’austriaco Regno…» e la chiesa si riempì di un canto corale, pieno di forza, di puro sentimento di fede nel nostro augusto imperatore!

Mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci.

Quando uscimmo fummo subito avvicinate dai nostri ufficiali medici e assieme a loro attraversammo il paese.

Ci condussero chiacchierando per una lunga strada, delimitata dalle case, fino a una bella villa posta all’estremità dell’abitato, circondata da un parco meraviglioso.

Villa Pasquali, ci dissero, una graziosa casa ottocentesca, anche questa di una nobile famiglia del fondovalle.

Quella era la nostra sede, il nostro ospedale.

Tra quelle mura, nei mesi che seguirono, accogliemmo centinaia di feriti, praticammo decine e decine di operazioni chirurgiche, vedemmo la sofferenza, la morte, l’immane disgrazia che è la guerra.

Tutt’attorno al paese scorgemmo invece distese di boschi, distese di abeti e di pascoli.

Con gioia, nelle nostre poche ore di libertà, scendemmo nella sottostante valle del Rosspach a raccogliere fiori e a bagnarci in piedi nell’acqua fredda del torrente!

Così come salimmo più volte sul monte Cornetto, per l’aspra val di Gola, a guardare dall’alto il fiume che scorre giù in valle e, verso sud-est, le alture su cui stavano trincerati gli italiani.

Che posto magnifico, che luogo incredibilmente bello… c’è da capire che lo volessero conquistare!"

Edina Clam Gallas, contessina infermiera volontaria al fronte.

Donna moderna, indipendente e intraprendente, aperta alle novità del suo tempo, amava la fotografia.

Armata di macchina fotografica, una Kodak, scattò centinaia di foto, che sviluppava personalmente in un piccolo gabinetto fotografico allestito in qualche angolo degli ospedali militari di Folgaria e Lavarone..

Portò la sua Kodak tra prati, boschi e alture, fin sulle cime del monte Cornetto, del monte Maggio e del monte Cimone.

Nonostante il dramma della guerra fu colpita dalla bellezza dei luoghi tant’è che, scrisse alla famiglia, ‘non dovranno mai finire nelle mani dei vicini!’.

I «vicini» erano gli italiani, naturalmente…
 
 
 
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